Cristiano è il mio nome, Cattolico il cognome!

Le sfide della Chiesa e la minaccia della teologia protestante
Una seria riflessione

Allora, una cosa è il dialogo con i Fratelli separati. Un’altra, è il dissenso dottrinale circostanziato che abbiamo elencato e che quotidianamente viene praticato, senza una adeguata vigilanza da parte di alcuni Vescovi diocesani.

Le deviazioni che vengono insegnate, ovviamente ingenerano negli studenti, confusione, ambiguità e disorientamento. A questo riguardo, papa Paolo VI, affermava: “Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi.” (Quinque iam anni).

Giovanni Paolo II, invece, affermava in un discorso attualissimo che “anche oggi esiste in maniera diffusa, in taluni cristiani, la tentazione di interpretare la rivelazione e le formule del Credo cristiano in modo molto parziale, permettendosi di fare una lettura della Bibbia che obbedisce a presupposti estranei alla fede, di piegare la fede a un sistema costruito al di fuori di essa, conservando le formule familiari della Bibbia o della dottrina cristiana a sostegno di queste correnti di idee eterogenee. Il dovere del teologo è di evitare questo genere di sostituzione devastante, di vigilare sull’autenticità, come fece S. Ireneo, vescovo di Lione”. (Conferenza su S.Ireneo).

Con il pretesto dell’aggiornamento” e del “rinnovamento” dai cattolici filo protestanti, le verità di Dio nella sua integrità e purezza non vengono accettate, cosi come il messaggio degli Apostoli. Perciò i Pastori hanno l’obbligo della denuncia e della vigilanza, di fronte ad abusi, oltre che trasmettere la fede nella sua pienezza. La ricerca biblica, teologica e patristica, inoltre, non deve mai deflettere dalla Sacra Tradizione, dal Magistero e dalla Sacra Scrittura avendo lo scopo principale di “custodire il deposito” della fede ( 1 Tim. 6, 20). Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono dottori autentici, cioè rivestiti dell’autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede di credere e da applicare nella pratica della vita e la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (Matt. 13, 52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontani dal loro gregge gli errori che lo minacciano (2 Tim, 4 1-4).

La mentalità rivoluzionaria è parecchio entrata anche nella mentalità di tanti cristiani, di buoni cristiani. La rottura a noi concessa è quella della conversione, la rottura col peccato, non col patrimonio di fede e di vita, di cui siamo eredi responsabili e fortunati. Le innovazioni necessarie ed opportune , alle quali dobbiamo aspirare, non possono venire da un distacco arbitrario dalla viva radice, che ci ha trasmesso Cristo dal momento in cui è apparso nel mondo e ha fatto della Chiesa “segno e strumento” della validità della nostra unione con Dio (Lumen et gentium, 1).

Anzi la novità per noi è il ritorno alla tradizione genuina e alla sua sorgente che è il Vangelo. Chi sostituisce la propria esperienza spirituale, il proprio sentimento di fede soggettiva, la propria personale interpretazione della Parola di Dio produce certamente una novità, ma è una rovina.

Cosi chi disprezza la storia della Chiesa, in ciò che ha di ministero carismatico per la tutela e la trasmissione della dottrina e del costume cristiano, può creare novità attraenti, ma che difettano di virtù vitale e salvifica: la nostra religione, che è la verità, che è la realtà divina nella storia dell’uomo, non si inventa, e nemmeno, propriamente parlando, si scopre; la si riceve, e per antica che sia è sempre viva, sempre nuova; perenne cioè, e sempre atta a fiorire in nuove e genuine espressioni. “E’ chiaro, dice il Concilio, che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere” (Dei Verbum, 10).

Non sappiamo se tale frase sia altrettanto chiara a taluni biblisti. Qualcuno ora ci accuserà che le nostre posizioni sono superate, passatiste e tradizionaliste. Noi, invece, gli rispondiamo con San Paolo “Rinnovatevi nello spirito della vostra mente” (Ef. 4,23).

Abbiamo parlato di questo perchè esiste la tentazione di interpretare la Sacra Scrittura dalla Tradizione plurisecolare della fede della Chiesa, applicando chiavi interpretative che sono proprie della letteratura contemporanea o della pubblicistica. Ciò genera il pericolo delle semplificazioni, della falsificazione della verità rivelata, e perfino del suo adattamento alle necessità di una filosofia individuale dellla vita oppure dell’ideogia, accettate a priori.

Già S. Pietro Apostolo si opponeva ai tentativi di questo genere scrivendo: “Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggettta a privata spiegazione” (2 Pt 1,20). “L’ufficio poi di interpretare autenticamente la parola di Dio è affidato solo al Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo” (Dei Verbum, 10).

Ai cattolici delle facoltà teologiche italiane, dei Seminari, delle Curie vescovili, che guardano solo alle “vette” del protestantesimo, trascurando la Chiesa cattolica, la madre di Dio, e i suoi Santi, il Primato del Romano Pontefice, nonchè il suo magistero infallibile, ribadiamo che questo non è progresso, ma è decadenza. Non è evoluzione, ma rivoluzione. Non è incremento, ma decomposizione.

La fedeltà alla Chiesa di papa Benedetto XVI deve essere contrassegnata, soprattutto, oggi, da piena adesione al Magistero ecclesiastico e al contenuto della Rivelazione. E’ un impegno che deriva dal battesimo, e non può essere qualificato divieto e rigido integrismo, perchè è richiesto dalla fede, la quale, nella sua autenticità, non consente arbitri, cosi detti pluralistici, di opinioni personali e mutevoli, che deflettano dalla sostanza testuale della dottrina, quale il Magistero della Chiesa, nella sua responsabile funzione e nel suo arduo dovere di “custodire il deposito”, conserva, difende e logicamente alimenta e sviluppa, memore dell’esortazione dell’Apostolo: “Che la vostra carità cresca sempre più e più nella vera scienza” (Fil 1,9).

Onorando il Magistero gerarchico, si onora Cristo Maestro e riconosciamo quel mirabile equilibrio di funzioni da Lui stabilito, affichè la sua Chiesa potesse perennemente godere della certezza della verità rivelata, dell’unità della medesima fede, della coscienza della sua vocazione, dell’umiltà di sapersi sempre discepola di Cristo, della carità che la compagina in un unico mistico corpo organizzato, e la abilita alla sicura testimonianza del Vangelo.

Paolo VI, fortemente allarmato per il dissenso e la contestazione all’interno della Chiesa, disse pubblicamente, stupendo il mondo intero, che “il fumo di Satana era penetrato all’interno della Chiesa”, e, a questi teologi in odore di eresia, diceva: “Amate l’istruzione religiosa della Chiesa cattolica, nei suoi dogmi, nelle sue espressioni liturgiche, nei suoi libri d’autorevole insegnamento. Non pensate di avere la fede senza aderire al contenuto della fede, al Credo, al simbolo della fede. La fede è libera nell’atto che la esprime; non è libera nella formulazione della dottrina che esprime, quando questa è stata autorevolmente definita. Per quanto riguarda il pluralismo teologico che voi invocate, esso non deve toccare la fede: non deve generare dubbi, equivoci o contraddizioni; non deve legittimare un soggettivismo di opinioni in materia dogmatica, che comprometterebbe l’identità e quindi l’unità della fede; progredire, si, arricchire la cultura, favorire la ricerca; demolire, no! Non si deve neppure toccare la legge morale nè le linee fondamentali dei sacramenti, della liturgia e della disciplina generale della Chiesa, dirette a conservare nella compagine del Popolo di Dio la necessaria unità. Non può servire per coonestare scelte arbitrarie, contestatarie, qualunquiste, antisociali. Un’eccessiva e spesso inesatta applicazione del “pluralismo” ha frantumato in diversi campi della vita ecclesiale e dell’attività cattolica quell’esemplarità, quell’armonia, quella collaborazione, e quindi quella efficienza, che la presenza della Chiesa nel mondo non ha vano desiderio di attendere dai suoi figli. E’ la carità che esige l’unione; è la fede che le offre la base per goderne il corale concerto dei credenti”.

Da ultimo, la cosa più importante che vorremmo rivolgere ai teologi cattolici filo protestanti. Si tratta della Parola e della grossa confusione che fate mettendola al centro del Cristianesimo al posto di Gesù Cristo. “Nel cristianesimo il posto centrale non lo ha un “Libro” -la Bibbia- ma la persona di Gesù, sia nel senso che è Lui che parla per mezzo della Bibbia, sia nel senso che questa parla di Lui.

Ciò è evidente per quanto riguarda il nuovo Testamento; ma anche per quanto concerne l’Antico Testamento, la lettura che ne fa il cristianesimo è “cristiana”, cioè è in vista e in funzione di Cristo, che è colui che “porta a compimento”, dà pieno significato e piena attuazione all’Antico Testamento. Ciò non significa sminuire il valore dell’Antico Testamento, che resta “parola di Dio” in tutte le sue parti, e come tale la Chiesa lo accetta e venera nella liturgia; significa soltanto collocarlo nella giusta prospettiva, che è quella di essere preparazione e annuncio profetico di Cristo, il Messia, il Figlio di Dio fatto uomo.

Nel cristianesimo, perciò, la Bibbia è il testimone privilegiato e autentico di Gesù Cristo crocifisso e risorto e dunque vivente – ieri, oggi e sempre – nella sua Chiesa”. (padre Giuseppe De Rosa, Fatica e gioia di credere, Elledici).

In conclusione, auspichiamo che il Dicastero della Curia Romana, retto dal cardinale Wiliam Joseph Levada, preposto alla tutela della Dottrina della Fede, riesca efficacemente, da una parte, a difendere il Popolo di Dio dai tanti, troppi e incalzanti errori che assalgono il divino deposito della verità rivelata e autenticamente insegnata dalla Chiesa; dall’altra, a ravvivare la nostra pedagogia kerigmatica, la nostra capacità di presentare l’annuncio della rivelazione divina e della umana salvezza con l’autenticità, la chiarezza di parola e la carità, in modo tale che l’apostolato della Chiesa nel mondo contemporaneo sia efficace.

Alberto Giannino
Presidente dell’Associazione Nazionale Culturale “Docenti Cattolici”


__________________
Vogliamo essere veramente segno di contraddizione?

Altro non vi dico (…) Non vorrei più parole, ma trovarmi nel campo della battaglia, sostenendo le pene, e combattendo con voi insieme per la verità infino alla morte, per gloria e lode del nome di Dio, e reformazione della Santa Chiesa…”
(Santa Caterina da Siena, Lettera 305 al Papa Urbano VI ove lottò fino alla morte per difendere l’autorità del Pontefice)

 
Cristiano è il mio nome, Cattolico il cognome!ultima modifica: 2008-07-12T08:35:00+00:00da ldcaterina
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento